Breve ricognizione sul tempo cardarelliano. Una nuova luce su Poesie Aggiunte.

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Le cinque poesie aggiunte, a chiusura del canzoniere cardarelliano, suggeriscono i primi segni di un nuovo stile poetico, più disteso e colloquiale. La dimensione del tempo, figura poetica fondamentale in Cardarelli, si apre ad immagini pacate. Non
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   "  Bollettino della Società Tarquiniense di Arte e Storia, n. 23, 1994.  Elisabetta Zampini BREVE RICOGNIZIONE SUL “TEMPO CARDARELLIANO”: UNA NUOVA LUCE SU POESIE AGGIUNTE” Soffermandosi sulle molte tematiche a forte componente autobiografica toccate da Cardarelli nella sua poesia, la percezione costante del tempo possiede una valenza particolarmente suggestiva oltre a rappresentare, probabilmente, la strada più idonea per una profonda comprensione della personalità del poeta. Il suo è il tempo come desiderio di eternità-felicità perduta, come ordine, realtà oggettiva e normativa; ugualmente è il tempo come triste consapevolezza dell’istante in fuga, immagine e voce della precarietà, della transitorietà, del fatale franare dell’uomo verso la fine. Un significato quindi ambivalente per un sentire che, è certo, coinvolge l’uomo, poeta e opera totalmente. In proposito Renato Mucci scrisse che per Cardarelli “il tempo non è un concetto ma una parte essenziale della vita, un sentimento, che si va realizzando nel corso dell’esistenza e e nel maturarsi dell’opera, e al quale ci si vorrebbe sottrarre”; la percezione del tempo è “essenziale per altro all’interpretazione del senso che della realtà e della vita ha Cardarelli” 1) . Marino Boaglio definisce il tempo “il grande protagonista della poesia cardarelliana come già era stato per Leopardi” 2) . Il tempo, avverte Clelia Martignoni, è uno dei “momenti più delicati e costanti della riflessione cardarelliana” 3)  e Silvio Remat: “La percezione del tempo “gran logoratore” s’affaccia in uno con la vocazione di Cardarelli 4) ; si evidenzia per altro l’aspetto antropomorfico del tempo, il suo essere il maggior antagonista della presenza potente dell’io che, conseguentemente, cerca di emulare e conformarsi ai gesti del “gran logoratore” (come il tempo divora e polverizza la realtà così il poeta lavora, depura incessantemente la sua opera) 5) . Il tempo è “l’unica categoria a priori dell’universo vitale e retorico di Cardarelli” 6) . Il personaggio Tempo si manifesta pienamente nel ritmo ordinato della natura, una natura che però “si svolge in uno spazio completamente fuori mano per l’uomo pur tentato dall’oggettività del modello” 7) . Pertanto le stagioni, contenuto di tante prose e poesie, offrono contemporaneamente il senso di ripetitività-ritualità, desiderio di durata, speranza nell’attesa e, all’interno di questo ordine, il mutamento-transitorietà-instabilità. Le stagioni sono personificate, acquistano attributi umani, rappresentano in definitiva il poeta (“stagioni interiori” le chiamò Elio Gioanola) 8) , e diventano immagini mitiche e strumento di conoscenza così come le tanto ricordate “fulminee ricapitolazioni” mentali. 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Se i momenti, gli istanti incalzano come nelle quartine dell’antico poeta persiano Omar Khayyam, a cui Cardarelli dedicò una lirica, ugualmente nei versi di Villon, poeta scampato alla forca (e tradotto da Cardarelli nel 1947), c’è il richiamo all’umanità proprio nel momento in cui si sta per morire, quando le ore, le contingenze cessano; i morti impiccati, giustiziati, colpevoli, si rivolgono ai rimasti chiamandoli fratelli: Fratelli umani che appo noi vivete contro di noi non siate troppo duri, che se pietà di noi, miseri, avrete, tanto più Dio avrà di voi mercè. Ci vedete qui appesi, cinque sei, quanto alla carne che troppo nutrimmo da un pezzo è divorata e putrefatta. E noi, gli scheletri, finiamo in cenere. Del nostro male niun faccia beffe. Ma Dio pregate che ci voglia assolvere 11) ! La realtà esterna “offre una vasta quantità di fenomeni irriversibili di nascita, crescita e morte, offre la regolarità che è propria dei ritmi naturali, da quelli che regolano i moti cosmici a quelli cui obbediscono gli organismi viventi” 12)  e l’uomo è più legato a queste temporalità tanto più la sua vita è elementare, inconsapevole, ed infatti Cardarelli dice che il linguaggio dei contadini utilizzato da Peguy “è fatto di ritorni sopra uno stesso motivo, sopra una stessa parola, di crescendo di aggettivi, di bruschi e impreveduti trapassi. Di più: ha qualche cosa d’intimamente grave rituale” e più avanti dirà: “.... io credo che l’arte non sia creazione, ma scoperta 13) ”. Significativo è inoltre un noto passo di  Solitario in Arcadia: Quelli del mio paese dicono “stare appo vento” per dire a riparo del vento, cioè dietro il vento. Dicono “andare a meriggio”. Dicono “stagionare” per soggiornare. Dicono “estatare” come svernare. I chicchi della melagrana, del riso, del caffé, gli acini dell’uva, li chiamano “vaghi”. Tutte queste e altre ancora infinite espressioni del genere, che non rammento, possono dare un’idea del linguaggio primordiale, remoto, pregno di sensi cosmici e del tempo, d’un paese etrusco in Maremma, direi della Toscana d’una volta. Rendono il colore della terra, delle stagioni, delle ore e del vento 14) . :#  M% A/-011)* +?2 O)49)/40 7)1)(2 3) M)4(049/ A283280--)E* )4  -. @.&&%3(. "%$$. $%))%1.);1. 0).$0.(.+ @01107L80J3)(07L80 ":X;* 4% 5* .% ;65% "6#  [% \% \/40@* +M)4(049/ A283280--) 0 -B)302-0 3) '4 (-2@@)()@7/ 7/3084/E* )4  -. 5#%&0. '#()%45#1.(%. A". B#CC.(# . 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La predilezione per una tale scansione circolare del tempo sarebbe già in nuce nei primi esperimenti giornalistici dove Cardarelli, certamente ispirato da una ideologia socialista, commentava le maggiori festività dell’anno e i trapassi delle stagioni 16) . In uno di questi articoli il giovane Cardarelli si domanda che cosa sia  Il mito della Resurrezione: È il ritmo delle stagioni (delle stagioni intese come un perenne mutarsi e rinnovare di tutte le cose) raccolte in una sembianza unica e viva 17) .  Anche il canzoniere,  Poesie nella versione definitiva del 1958, è costruito come il tempo circolarmente. È paragonabile ad un grande anno, dove inizio e termine alla fine si sovrappongono dopo i naturali e inevitabili passaggi da una stagione ad un’altra. La percezione del tempo allora, non più osservava su linee generali ma in una prospettiva diacronica, si manifesta e si sviluppa, di volta in volta, in tre dimensioni che chiameremo del “tempo che non c’è più”, un tempo mitico senza trapassi ma luminoso, chiaro, abbondante di promesse, il tempo dell’estate; del “tempo presente”, insieme di istanti che, nella loro imprendibilità, manifestano prepotentemente il senso del limite e della precarietà come l’autunno, impasto di luce e ombra, e come Venezia, città che vive del connubio tra acqua e pietra; infine del “tempo che non è ancora”, il futuro, la morte, la possibilità di ritornare alla pace di Tarquinia-Paradiso perduto, l’incognita; forse, una nuova speranza. Dimensioni a loro volta coincidenti con tre momenti fondamentali della vita (nascita e infanzia, crescita e invecchiamento, morte) e in sintonia con le tappe dello sviluppo poetico cardarelliano (dai  Prologhi del 1916 al  Sole a  picco del 1929, alle liriche tra Giorni in piena del 1934,  Poesie del 1942 e  Poesie del 1958). Il terzo momento è sicuramente il più ricco di connotazioni e il più sensibile ad ulteriori indagini; si è spesso detto 18)  che le ultime cinque poesie del canzoniere non sono altro che stanchi recuperi e ripetizioni delle usuali tematiche cardarelliane, il che è condivisibile, ma fino ad un certo punto. Cardarelli infatti anche in quelle ultime prove poetiche ha utilizzato immagini tipiche e rintracciabili fin dall’inizio, prime fra tutte la simbologia legata al ciclo delle stagioni, ma indubbiamente con una nuova sensibilità e una nuova esigenza di apertura all’umano. In questo ambito il canzoniere si svolge fino alla fine nel segno tipicamente cardarelliano ma mostra le tracce di diversi fermenti culturali che sottraggono la terza dimensione temporale individuata da quel contesto mitico-romantico a cui può sembrare esclusivamente legata ad una prima lettura, specialmente nelle immagini del ritorno alla Tarquinia arcaica, alla madre, all’infanzia, e nel desiderio della morte pacificatrice che sempre più si fa avanti nella seconda parte della raccolta. Ebbene, dopo il 1945, le città martirizzate dalla guerra e da ricostruire, le rappresentazioni in certa misura realistiche saranno i temi più ricorrenti nella cultura e nell’arte: Cardarelli non è impermeabile a queste nuove idee, non è un isolato, anche se le idee vengono ricondotte e trattate all’interno della personale poetica. ^0882 >04)18)(0 I(O8% c.080* ()1% .% "6QF#% ,- (/4(011/ )4 0@@/ 0@.80@@/ 8)7240 3'4C'0 (/43)D)@/ 32--B2'1/80 .08 -'4>/ 107./%   ";#   H% S0 &2110)@*  F$ (#4."% 0$$;&#> -%));1% % &#(".330 '.1".1%$$0.(0+ [/>>)2* =2@1/>)* ":F5* .% X:% "K#   H-) 281)(/-) (/@1)1')@(/4/ +)- (/418/ (241/ -2)(/ 0 @/()2-)@12 30- (2-04328)/ (8)@1)24/ 0 L/8>P0@0* 3/D0 244/129)/4) @/()/J./-)1)(P0 @) 70@(/-24/ 2- 80>)@18/ -)8)(/J707/8)2-0E IA% &281)>4/4)* +,- >)/D240 A283280--)T D/(29)/40 .80(/(0 3) '4 O'1'8/ 7/82-)@12E* )4  6.30(% &5.1&% AGHIJKGHGLE> B0#1(.$0 1#4.(0 % M0#1%()0(0+ $/72* ='-9/4)* ":FF* .% ":#% H)G 3)(/4/ 7/-1/ ) 1)1/-)T +,- d212-0E*  F$ B%14#3$0#+ 3)(07L80 ":6FT +,- >)/84/ 30) 7/81)E  !8.()0+ 5 4/D07L80 ":6:V ,- @087/40*  !8.()0N+ <; 3)(07L80 ":6:V +?BW>/4)2 3) A2840D2-0E*  !8.()0+ : O0LL82)/ ":"6V +,- 7)1/ 30--2 80@'8809)/40E*  !8.()0+ "K 2.8)-0 ":""V +?2 40D0E*  !8.()0+ Q >0442)/ ":""V +R12>)/4) (P0 @) 2DD)(04324/E*  !8.()0+ < /11/L80 ":"6% S0- 80@1/* 2-18) 281)(/-) 30--B +WD241)E 3)7/@1824/ )- .2@@2>>)/ 32 '42 O030 40- .8/>80@@)D/ 3)D04)80 '724/* 82..80@04121/ 32--2 ./10492 30--2 72((P)42* 2 '4 @041)7041/ 3) @/@.011/* 3) 3)@2>)/% U0('-)280 )- (2@/ 30>-) @(8)11) @'--BW08/42'1)(2 (/70 ] @121/ 70@@/ )4 8)-)0D/ 32 $% [03) I +R1/8)2 0 .80)@1/8)2T A283280--) 0 ee-BWD241)aff* )4 7;$);1. $%))%1.10. % &#'0%)O '080$% (%$$PF).$0. ;(0).+ U)@2* d)@18)J?)@(P)* ":FQ* .% 5FQ#% R) 8)(/83) )4/-180 (P0 )- ":"" ] -B244/ 30- @)>4)O)(21)D/ .2@@2>>)/ 3) A283280--) 32--B +WD241)E 2- +&289/((/E 0 2--2 +M/(0E%   "X#   AO88% -2 4/12 .80(030410%     Q In questa prospettiva Giuseppe Raimondi ha lodato con trasporto l’affabilità e la volontà comunicativa delle ultime poesie 19) , come lo stile scarno, umile costituisse un adeguarsi al clima della tragedia, un tentativo di un più ampio dialogo tra gli uomini: del resto non è un fatto sorprendente in Cardarelli, poeta abituato ad usare le parole con esigente parsimonia, che solo poche poesie, come sono quelle che chiudono il canzoniere, possano offrire nuovi e importanti risultati. Dopo i canti della morte (da  Passaggio notturno Nostalgia all’invocazione  Alla morte, fino  Alle mura del mio  paese dove Tarquinia e il poeta subiscono il medesimo destino di rovina), dopo l’epilogo dell’avventura umana personale (nascita, percezione del passar del tempo, avvicinarsi della morte sono ricapitolati nelle prime tre liriche di  Poesie aggiunte. Maternità, Tempo che muta, Mattini d’Ottobre), il canzoniere non si chiude, bensì si apre al destino degli altri uomini perchè l’alternarsi di vita e di morte, di luce e di ombra, di cadute e di risurrezioni, rappresentato superbamente e emblematicamente dall’ordine della natura regolato dalle stagioni, è il fondamento stesso della vita umana nella storicità dell’esistenza terrena; se in Cardarelli sembrano mancare riferimenti precisi ad una fede e un abbandono  post mortem al trascendente, è saldo invece l’amore verso la vita, tutta legata alla terra, che altri godranno e patiranno. Cardarelli stesso si stupiva di questo amore: “Bisogna credere che io sia pazzo, per essere, al tempo stesso, disperato e contento di vivere” 20) . Il tempo che non è ancora, che non si identifica semplicemente con un tempo mitico e individuale è significato dalle immagini classiche del repertorio cardarelliano; è il caso della giovane donna di  Incontro in circolare, speculare all’adolescente dell’omonima poesia: come quella inaccessibile al poeta, e questa ancora più lontana dall’ormai vecchio poeta a cui “volgeva le spalle/alte com’ali tese” (vv. 31-32); tra lui e lei la distanza insormontabile tra chi ha terminato di  vivere e chi ha appena iniziato a volare. Ma, soprattutto, è il caso di Un fanale, la penultima poesia del canzoniere, dove i riferimenti temporali sono affidati, già nell’ incipit, alle stagioni e alle parti del giorno: In una sera d’inverno  vidi un fanale a Monte Savello, (vv. 1-2) La poesia risale al 1947 e rappresenta l’ultima stagione poetica di Cardarelli che fa seguito alla seconda guerra mondiale di cui, contrariamente al passato, si fanno espliciti riferimenti; ciò che colpisce immediatamente è l’estrema semplicità e nudità delle parole e il tono volutamente confidenziale: il poeta ha qui riposto ogni abito mitico e favoloso per guardare la concreta realtà. Nell’informale sipario ricompaiono le care immagini, e cariche di significato, dell’inverno, della notte e della luce. Cardarelli non si è abbandonato a parlare del suo inverno, della sua morte per quanto fossero argomenti costantemente presenti nell’animo da ormai molto tempo (e le lettere, dove si riversano più angosciose confidenze, lo testimoniano); la poesia continua ad essere il luogo dove il dolore, classicamente, è limato e sussurrato. Il poeta ha voluto piuttosto marcare la sua lontananza da chi incominciava l’avventura terrena; i “destinati alla vita” sono inseriti in un contesto fatto di luoghi geografici ben puntualizzati e chiari (  Monte Savello  v. 2) e di cose (il fanale e l’autobus) quotidiane e semplici da cui il poeta è naturalmente escluso, a cui non partecipa ma che può solo guardare da lontano ( “vidi un fanale”, v.2). L’ambiente del poeta è, al contrario, quello indeterminato, non fisicamente individuabile, simbolico del “tramonto” (v. 16) e della “notte in cui non segue l’alba” (v.18). Sia il poeta che gli altri sono toccati dalla sofferenza (gli abitanti della città martirizzata dalla guerra sono “sbandati”, v. 6, e il poeta è “disperato”, v. 11), dall’esperienza della morte rappresentata dalla stagione invernale su tutti sovrastante, ma il poeta è solo - “... io solingo andavo” (v.12) - mentre gli altri sono “milioni” (v.10). Il verbo “essere”, il verbo dell’esistere, del vivere, è ripetuto per ben tre volte in inizio di verso (vv. 4; 5;9) riferito alla luce del fanale (l’insistenza dell’anafora non vuol lasciar dubbi sull’esistenza di questa luce di speranza), cioè al futuro di chi "F#   U04@/ 23 0@07.)/ 2--0 .28/-0 3) W% S0)* 40- @2>>)/*  -. &5%1.(C. 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Cardarelli, cantore sofferente dei mutamenti, ha fatto sempre percepire nella presente stagione i segni della successiva (  Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, Autunno, vv. 1-2); pertanto, la flebile luce del fanale nell’inverno non può essere altro che un piccolo sussulto della primavera a venire, inattesa come quell’ “impensato autobus” (v.4) e capace di farmi fiorire “milioni di esseri” (v.10) dopo il diluvio della guerra. È l’ultima, incomprensibile e ostinata, dichiarazione d’amore alla vita che continua e agli uomini, espressione di quel “temerario amore della vita /che m’ha tanto tradito” ( Genitori,  vv. 2-3). “Il tempo che non è ancora “costituisce allora il naturale sbocco sia della vicenda storico-umana cardarelliana che della vicenda che si può definire “cosmica”, dove le fasi della vita condividono e rispecchiano l’alternarsi delle stagioni dell’anno: perciò, se da una parte la morte è “la notte in cui non segue l’alba” ( Un fanale,  v. 18), è la fine, il nulla, dall’altra, seguendo la legge delle stagioni e della natura, prelude alla rinascita della primavera, al “rimetter radici” di  Nostalgia (   v.13). Il superamento del destino puramente individuale (sia quello storico che quello cosmico-mitico) fa così del canzoniere un’opera logicamente e strutturalmente conclusa ma non chiusa.
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