La marcia del dolore - I funerali di Sacco e Vanzetti - Una storia del Novecento

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All'indomani dell'uccisione di Sacco e Vanzetti il governo statunitense tentò di cancellare il ricordo della vicenda distruggendo una gran mole di documenti e dando alle fiamme tutte le pellicole riguardanti il caso. Anche il filmato del
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  Luigi Botta  LA MARCIADEL DOLORE I funerali di Sacco e VanzettiUna storia del Novecento introduzione di Giovanni Vanzetticontributi di Robert D’Attilio e Jerry Kaplan  © 2017 Nova Delphi Libri S.r.l., Roma Sito Internet: www.novadelphi.it www.novadelphi.blogspot.itISBN 978-88-97376-56-9Filmato storico per gentile concessione della Sacco and Vanzetti Commemoration Society - BostonDvd a cura di Fabiana Antonioliper Filmika, opificio delle immagini - Torino.Il presente volume non è vendibile separatamente dal dvd allegatoRealizzazione grafica: Serena Rossi  7 Introduzione di Giovanni VanzettiDurante la sua lunga e faticosa battaglia “magna Censina” (zia Vincenzina) era solita sottolineare che il suo ruolo nella vicenda del fratello Bartolomeo e del compagno di sventura Nicola Sacco era quello del familiare. Il parente, lei sosteneva, deve fare il parente: intraprendere le proprie iniziative, soste-nere la causa, battersi per la giustizia e per la corretta rilettura degli avvenimenti, fornire materiali e informazioni. Essere a disposizione, sempre e dovunque. Ma mai invadere gli altrui campi. Gli storici dovevano fare gli storici, indagare, ricercare, scoprire nuove cose, scrivere e ufficializzare le loro scoperte. Qualunque esse fossero state. I giornalisti avevano il compi-to di divulgare, cercando di interpretare al meglio quanto gli storici avevano scoperto, informando delle iniziative che i pa-renti avevano nel contempo intrapreso. I giudici, i politici e i compagni di Nicola e Bartolomeo dovevano fare la loro parte, secondo coscienza e in base alle proprie conoscenze.Ciò sino al 1977, anno del proclama del governatore del Mas-sachusetts Michael Dukakis, che in qualche modo ripristina-va, per chi ancora aveva dei dubbi, il senso di giustizia che nel 1927 governanti xenofobi e giudici politicizzati avevano cal-pestato mandando sulla sedia elettrica Nicola e Bartolomeo. Da allora le cose sono un po’ cambiate e anche il clima gene-rale, per lunghi anni incerto sulle presunte responsabilità dei due nei fatti criminosi loro ascritti, ha imboccato una strada diversa, che permette ora di leggere con maggior serenità an-che i passi più remoti della storia di allora.È in questo senso che si colloca sicuramente il lavoro che com-pare in queste pagine e che Luigi Botta, già amico di “magna Censina” ai tempi delle battaglie decisive e studioso sin d’al-lora delle vicende di Nick e Bart, con passione e ostinazione continua a portare avanti. Botta, della mia e nostra famiglia, forse sa più di quanto non ne sappiamo noi! Questo suo re-cente testo – con annesso anche un filmato – apre capitoli nuovi. Racconta storie nuove. Aggiunge particolari. Corregge  8 inesattezze. Fa il punto su circostanze che in precedenza, per via della necessità di affrontare soltanto gli aspetti più sostan-ziosi della vicenda, erano state lasciate in disparte o sulle qua-li si era soprasseduto. Ben vengano questi approfondimenti. Danno il senso di una storia che non muore e che si rinnova di volta in volta anche grazie a queste ricerche, a queste infini-te aggiunte. Ogni pubblicazione nuova va a sostituire vecchi errori o a tamponare lacune, aggiunge altri passaggi – signifi-cativi o modesti non ha importanza – in direzione della verità, contribuisce a restituire un po’ di giustizia alla memoria di due persone ingiustamente condannate a morte.***Io nasco nel marzo 1940 nella stessa casa di Villafalletto ove sono nati mio padre Ettore, mio zio Bartolomeo, le zie Luigi-na e Vincenzina e mio fratello Roberto. È la casa che apparte-neva alla famiglia già a metà Ottocento, quando il bisnonno Bartolomeo aveva deciso di accasarsi, insieme alla moglie Lu-igia Ambrosino e ai suoi tre figli, dopo aver a lungo seguito le stagioni della vita girando come mezzadro le campagne del Piemonte. L’edificio, a quell’epoca – ormai quasi due secoli fa –, apparteneva agli Ambrosino. Io abitavo con i miei ge-nitori al piano terreno, dov’era sempre stata la rivendita di vino sostituita poi dal negozietto alimentare di famiglia. Le mie zie vivevano al primo piano. L’ingresso e il balcone si af-facciavano – e ancor si affacciano – sulla strada principale del paese, guardando dritto verso la piazza, il palazzo del conte, i luoghi del potere e la chiesa parrocchiale. Il pesante portone d’ingresso in legno era sempre aperto. Oltre a dar l’accesso al nostro cortile, all’orto e al pollaio, un sentiero tagliava per traverso i campi e, tra colture di stagione e alberi da frutto, arrivava alla piazzola antistante al camposanto. La gente, an-ziché arrancare lungo la strada regolare, quella che faceva un giro un po’ tortuoso e lungo raggiungendo la provinciale per Savigliano per poi tornare indietro, passava di lì. Era un via vai continuo. Attraverso il nostro cortile. Gente che andava e che veniva calpestando il nostro acciottolato, nella bella e nella brutta stagione. Tutti ci conoscevano. Tutti ci apprezza-vano. A nessuno sfuggiva un saluto. A nessuno mancava una La marcia del dolore 
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