“Tra iconoclastia e oblio. Guerra e requisizioni alla Rocca delle Caminate,” in Visualizzare la guerra, L'iconografia del conflitto e l'Italia, ed. by Maria Giuseppina Di Monte, Giuliana Pieri, Simona Storchi (Milan-Udine: Mi

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“Tra iconoclastia e oblio. Guerra e requisizioni alla Rocca delle Caminate,” in Visualizzare la guerra, L'iconografia del conflitto e l'Italia, ed. by Maria Giuseppina Di Monte, Giuliana Pieri, Simona Storchi (Milan-Udine: Mimesis 2016):
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  M ARIA  E LENA  V ERSARI TRA ICONOCLASTIA E OBLIO. GUERRA E REQUISIZIONI ALLA ROCCA DELLE CAMINATE Una delle caratteristiche più paradossali degli eventi iconoclastici che la guerra, ogni guerra, comporta, è senza dubbio la stretta relazione che essi instaurano con il processo di memorializzazione. Iconoclastia e me-moria sono, in effetti, già compresi nel concetto stesso di conflitto e ne costituiscono i margini opposti, i due dispositivi fondamentali attraverso i quali ogni guerra si incardina nella storia. L’idea tuttavia che il proces-so, da un lato, di distruzione delle immagini e, più latamente, di censura di uomini e cose, e quello, dall’altro, di affabulazione, giustificazione e creazione di un senso degli eventi bellici, che possa essere mantenuto di generazione in generazione e tesaurizzato nel tempo, siano di per sé anti-tetici è un mito concettuale, necessario, forse, sul piano retorico ma sul quale la storiografia si è spesso troppo comodamente adagiata. In realtà, la distruzione delle immagini si realizza sovente come processo di produ-zione di nuove immagini 1 . Questo è vero sia se analizziamo la distruzio-ne delle immagini in periodi remoti sia se analizziamo eventi storici più recenti. Sul piano dell’iconoclastia politica, in particolare, il rapporto tra rimozioni e memoria è, se possibile, ancor più pervasivo, dal momento che investe le categorie stesse dell’identità nazionale e dell’azione politi-ca. Sotto questo aspetto, gli eventi che hanno caratterizzato e caratteriz-zano tuttora il l’iconoclastia del fascismo non sono stati ancora oggetto di un’indagine accurata. L’argomento è vasto e intendo affrontarlo in ma-niera sistematica in un volume di prossima uscita. In questo intervento, tuttavia, vorrei suggerire alcune linee di riflessione, scaturite da una mia recente scoperta. Nel 2013 ho ritrovato una serie di oggetti conservati nello scantinato dell’Archivio di Stato di Forlì la cui provenienza non era documentata. At-traverso ulteriori ricerche all’archivio di Stato di Roma ho potuto accerta-re che gli oggetti sono tutto ciò che rimane della collezione privata di Be- 1 Koerner 2002: 164.  110 Visualizzare la guerra nito Mussolini, confiscata alla famiglia dopo la fine della Seconda guerra mondiale 2 .L’archivio romano contiene una lista di 26 oggetti confiscati dalle auto-rità italiane, selezionati tra gli oggetti appartenuti al dittatore e a sua mo-glie, Rachele Guidi Mussolini. Il documento di confisca, redatto dal ragio-nier Antonio Francia, all’epoca sequestratario dei beni Mussolini-Guidi per il territorio della Romagna, riporta in data 30 ottobre 1951 la consegna alla Intendenza di Finanza di Forlì dei seguenti oggetti tra quelli precedente-mente sequestrati alla vedova Mussolini:  1º) Testa di Hitler in metallo2º) Lupa in bronzo3º) Targa in metallo con lo stemma di Torino4º) Quadro dorato con cristallo e dedica sopra lastra di ottone 5º) Targa di bronzo del Carnaro6º) Album cm. 80 x 60 varie fotografie 7º) Cofanetto in legno con scolpita dedica al Duce8º) Targa in metallo offerta dagli operai dell’Arsenale di Taranto9º) Quadro per cittadinanza onoraria di Chianciano10º) Quadro con cornice di noce e pergamena con carta del lavoro11º) Tavola di legno con dedica e firma Fagà e generoso Pope [sic]12º) Dedica della musica federale di Marsiglia13º) Astuccio doppio con dedica per decennale 1922-3214º) Ritratto del duce in stoffa (autrice Maria Puccini Pucci)15º) Targa con dedica al duce16º) Cofano piccolo in legno di noce con stemma municipio 17º) Piedistallo di cofano in metallo e marmo con scritta Bari al Duce 18º) Cofano in legno porta dischi (Unione Musicale di La Spezia)19º) Quadro raffigurante un alpino con dedica al duce20º) Colonna con coppa intarsiata con dedica al duce21º) Cornice senza quadro grandi dimensioni con dedica al duce22º) Album di pelle con 97 fotografie raffiguranti l’Acquedotto Pugliese23º) Piatto in ceramica con fotografia Duce24º) Scultura in legno raffigurante un’aquila e famiglia colonica 25º) Terraglia dorata con piedistallo26º) Scultura in legno raffigurante “il seminatore” 3 . Dalla lista si evince che gli oggetti ritrovati a Forlì sono solo parte del gruppo srcinale. Ne mancano quindici, dei quali si è persa – per il momen- 2 Versari 2015.3 Confisca dei beni mobili ex Mussolini Guidi  (30 Ottobre 1951), Roma, Archivio Centrale dello Stato, Ministero delle Finanze, Profitti di Regime, busta 22 (cit. in seguito come ACS, MF, PR 22).  M.E. Versari - Tra iconoclastia e oblio  1111. Testa di Hitler in metallo, 1934-1944 circa, Archivio di Stato di Forlì (foto di M.E. Versari).2. A. Simonetti, Piatto in ceramica raffigurante Benito Mussolini, 1926, Archivio di Stato di Forlì (foto di M.E. Versari).3. Astuccio con dedica a Mussolini, 1932, Archivio di Stato di Forlì (foto di M. E. Versari).  112 Visualizzare la guerra to – ogni traccia. Per più di sessant’anni questi oggetti sono rimasti nasco-sti, della loro esistenza era a conoscenza sono un ristretto numero di fun-zionari. Ma anche a questi era completamente ignota la loro provenienza srcinale e negli anni, gli oggetti furono trattati come ogni altra sorta di re-litto totalitario tolto da palazzi e uffici pubblici dell’epoca e riposto, o me-glio nascosto e più o meno dimenticato in un angolo fuori dalla vista del pubblico.Questi oggetti sono tuttavia, senza alcun dubbio, ciò che rimane degli oggetti della collezione di Mussolini presenti alla Rocca delle Caminate e Villa Carpena all’epoca della caduta del regime. Corrispondono alla lista allegata agli atti del sequestro e sono identificati da etichette che riportano il numero di inventario corrispondente. Finora ho potuto rintracciare a For-lì undici dei 26 oggetti srcinariamente sequestrati. Si tratta, nell’ordine, di una testa di Hitler in metallo (n. 1 nella lista di confisca; ill. 1); due placche di metallo (nn. 3 e 5); un album contenente riproduzioni di poster editi dall’Istituto di Propaganda Nazionale (n. 6); una cartella vuota per docu-menti (n. 13; ill. 3); un ritratto di Mussolini ricamato a mano (n. 14); una base-piedistallo in marmo e metallo con dedica della città di Bari (n. 17); un dipinto con cornice intagliata (n. 19); un sostegno in legno in forma di fascio littorio (concepito come supporto per una coppa con dedica oggi scomparsa) (n. 20); un piatto decorativo in ceramica (frantumato) con ri-tratto di Mussolini (n. 23; ill. 2); una scultura in legno raffigurante un’aqui-la su di un capitello in legno (n. 24).Tutti gli oggetti sequestrati, ritrovati o mancanti, erano per lo più di li-mitato valore artistico e commerciale. Si tratta di doni ricevuti dal dittato-re da privati, municipalità, piccole aziende e associazioni. La maggior par-te proveniva dalla Rocca delle Caminate, mentre solo 5 su 25 da Villa Carpena 4 .Come ho già avuto modo di sottolineare 5 , la scoperta è significativa sot-to due aspetti diversi. In primo luogo, ci rivela l’identità problematica che questi oggetti assunsero durante e all’indomani della guerra, agli occhi dei primi governi post-fascisti in Italia. In secondo luogo, ci costringe a ricon-siderare i criteri finora usati nello studio della propaganda e della cultura di massa durante il fascismo. Gli oggetti rinvenuti portano alla ribalta un tema per nulla studiato finora, e cioè quella produzione spesso minore, di ogget-ti creati per essere donati al dittatore non solo da privati cittadini, ma anche da imprese commerciali e associazioni grandi e piccole. Infine, come ho 4 Tribunale di Forlì, Verbale di dissequestro  (16 Marzo 1951), ACS, MF, PR 22.5 Versari 2015: 408.  M.E. Versari - Tra iconoclastia e oblio  113 potuto chiarire in altra sede, la scoperta permette di riconsiderare il valore simbolico dello scambio e del dono all’interno della cultura politica e, in particolare, all’interno della cultura politica fascista. Vorrei qui invece affrontare un altro percorso di indagine offerto da que-sto materiale e cioè il contrasto tra retorica e pratica nel processo di gestio-ne dei simboli e, in particolare, le contraddizioni che hanno caratterizzato la confisca di questi oggetti e la gestione della loro presenza, supposta ed effettiva, come parte della memoria visiva della guerra.In margine agli episodi di iconoclastia spontanea che accompagnarono la caduta del Regime il 25 luglio 1943, e che sono stati largamente riportati nei resoconti storici, ritroviamo infatti anche una serie di prese di posizione le-gislative rivolte a gestire su un piano ufficiale ciò che rimaneva del Fasci-smo. L’idea di confiscare le proprietà di Mussolini si fece strada immedia-tamente, all’indomani del 25 luglio. Una delle prime mosse del governo Badoglio all’epoca fu la creazione di una commissione d’inchiesta sull’ille-cito arricchimento da parte di membri del partito fascista, la cosiddetta Commissione sui profitti di regime. La stampa pubblicizzò largamente l’i-stituzione della commissione, tanto che la ricerca di prove dell’arricchimen-to, dei veri e propri tesori ammassati dai fascisti, acquisì un valore simboli-co enorme: si trattava di identificare qualcosa che potesse ripagare idealmente gli italiani delle sofferenze imposte dalla dittatura e dalla guer-ra. Si trattava inoltre, più sottilmente, di presentare il fascismo come sostan-zialmente immorale e corrotto, alienando ad esso di fatto il sostegno popo-lare. Il Resto del Carlino di giovedì 5 agosto 1943, per esempio, titolava:  Lo Stato punisce coloro che si sono arricchiti approfittando delle cariche rico- perte nel fascismo , mentre un editoriale in prima pagina firmato da Alberto Giovannini e intitolato  Moralità e giustizia  arrivava a sostenere che la cor-ruzione era stata estranea alla vita politica precedente al fascismo: Quest’opera riparatrice, che ha un valore morale superiore anche al suo va-lore economico, si ricongiunge alla tradizione politica italiana, che non conob-be profittatori politici, che si levò contro ogni forma di corruzione, se eccezio-nalmente ne ebbe solo il sospetto, che trovò in tutti i partiti uomini i quali, per servire la patria, furono indifferenti al declinare dei lori patrimoni o rimasero poveri se anche ebbero il potere [...] (Giovannini 1943: 1). Giovannini chiariva in maniera ancor più esplicita: Il popolo non capiva che questo rapido e privilegiato formarsi di fortune, questa corruzione e questa degenerazione della funzione politica erano le con-seguenze della libertà perduta: libertà di critica, libertà di controllo. Il popolo
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